Villa BONAPARTE

ALCUNI CENNI STORICI

Il progetto della villa per Girolamo Bonaparte, principe di Montfort, venne commissionato dall’ancor giovanissimo Ireneo Aleandri (1795-1885) verso il 1825, quando questi era impegnato nella direzione dei lavori dello Sferisterio di Macerata, la sua prima affermazione professionale di vasta risonanza.
Non sappiamo sulla scorta di quali indicazioni l’architetto sanseverinate venisse prescelto dall’ex re di Westfalia, ma è probabile che il suo nome sia stato suggerito al principe Gerolamo dal marchese Carlo Bandini, allora agente fiduciario del fratello di Napoleone.
Villa Pelagallo può ritenersi a buon diritto e senza alcun dubbio la più bella costruzione e dimora di Porto San Giorgio e una delle più splendide della zona presa in esame. Essa sorge nell’antico Rione Castello, nella parte più alta, nell’acropoli insomma del paese, vicino alla cinta muraria fortificata risalente al XIII secolo. La “Porta centrale” delle mura fu fatta chiudere e incorporata nella villa durante la sua edificazione ed al suo posto se ne aprì un’altra più a sud. Tutt’oggi è visibile la muratura della porta, dove si sono prodotti ampi squarci che vengono riparati alla meglio e più che altro mimetizzati con alcune travi.
Il nome originario era villa Caterina, da Caterina di Wurtemberg, consorte di Girolamo Buonaparte che l’ha fatta costruire. Girolamo, “ex re di Westfalia, che, dopo la battaglia di Waterloo, prende il comando supremo dell’esercito francese, col quale ha gloriosamente combattuto in quello memorabile quanto sfortunata battaglia, che finì definitivamente la meravigliosa fortuna del grande imperatore”, scelse Porto San Giorgio, allora Porto di Fermo, per farvi edificare una sontuosa villa. Il motivo che spinge Girolamo ad avere una dimora nel fermano è essenzialmente dettato dal cuore; egli si è infatti innamorato della marchesa Anna Azzolino, “che era a quel tempo una delle più belle, e , senza contrasto,la più amabile gentildonna di Fermo”.
I lavori per la costruzione dell’edificio iniziano nel 1826 sotto la giuda dell’architetto Ireneo Aleandri di San Severino, allievo di Stern e di Camporesi a Roma e già impegnato in due opere importanti e di risonanza mondana: il teatro di San Severino (1827) e lo Sferisterio di Macerata, ultimato nel 1830.
Per costruire la residenza del Bonaparte sono state demolite numerose case del vecchio borgo e finalmente nel 1829, la villa è compiuta e completamente arredata. Il principe fa arrivare, via mare, da Trieste,dove risiedeva, mobili e suppellettili, quindi chiama a Porto San Giorgio la sua famiglia composta dalla consorte, dalla figlia Matilde e dall’ultimogenito Girolamo. Dalla sua splendida dimora egli continua l’attività politica, che mira a raggiungere diversi obiettivi tra i quali: opporsi al governo di Leone X, favorire nuovamente la causa bonapartista e liberare il figlio dell’imperatore il Re di Roma, trattenuto in ostaggio dagli Austriaci. La villa è dunque il luogo privilegiato per le discussioni politiche del Principe e di molti nobili e partigiani del fermano e non: “e molti di questi personaggi arrivavano sovente al porto, e fossero essi o non fossero francesi tali peraltro erano tutti per quei buoni paesani”.
Girolamo Bonaparte dà alla sua residenza un’aria di corte reale; quasi ogni sera riceve l’aristocrazia fermana, che “nulla aveva che scoprisse l’imbarazzo o l’ingenuità della provincia”.
L’animazione ed il movimento impressi al “Porto di Fermo” dalla presenza della famiglia Bonaparte sono notevoli; il “Porto”, che si animava solo d’estate, come tutti i centri rivieraschi, si trasforma in un luogo vivo anche durante le altre stagioni.
La villa , nel breve lasso di tempo che è abitata dai Principi (1829-1832), diviene un punto d’incontro per lo scambio d’idee politiche e per conversazioni letterarie; vi si allestiscono regali feste da ballo, frequentate da splendide dame che, in abiti sfarzosi, sfilano in carrozza per le vie del “Porto”, facendo crescere nella fantasia popolare la curiosità di sapere che cosa succede nella villa e quali meraviglie vi siano contenute, o meglio, annidate.
Il Principe Girolamo rimane a Porto San Giorgio fino a dopo la rivoluzione degli Stati Pontifici nel 1831; poi, con l’intera famiglia per ordine del Re di Napoli e con esecuzione papale è internato al confine con il regno di Napoli. L’ordine del re non giunge improvviso; da tempo sono emerse animosità nei confronti del Principe, alimentate dagli atteggiamenti provocatori della contessa Baciocchi, moglie del conte Filippo Camerata, nipote di Girolamo, che dimostra in ogni modo le sue antipatie verso il Borbone di Napoli.
Dopo la partenza del Bonaparte, il 14 aprile 1834, la villa è acquistata per 25.000 scudi dallo Stato Pontificio.
Il conte Bernetti di Fermo è lo speciale incaricato della Reverenda Camera Apostolica per l’acquisto, mentre Luigi Bohle ha la procura di Girolamo Bonaparte per la vendita dell’edificio. Successivamente, nel 1837 essa viene messa all’asta dallo Stato Pontifico e cosi’ acquistata dalla famiglia Pelagallo.
“La villa del Porto di Fermo fu acquistata dal conte Cav.Luigi Pelagallo, posta all’asta dalla Reverenda Camera Apostolica, per il prezzo di scudi romani diecimila con istrumento 11 settembre 1837 rogito Felice Argenti segretario e cancelliere della Rev.ma Camera Apostolica. La consegna della villa e adiacenze fu fatta dal signor Benedetto Corsi per incarico del depositario Conte Luigi Bernetti, il 18 settembre 1837.”
I Pelagallo sono originari di Monte Vidon Combatte, uno degli 80 castelli dell’antico Stato di Fermo: secondo una tradizione il capostipite, tal Guido o Guidone, fu lo stesso dal quale ebbe origine il nome del paese cioè “Mons Cuidonis”, dove tuttora c’è una villa di proprietà della famiglia che continua ad essere abitata dai discendenti. “ Dagli spalti del natio castello”, sul quale esercito’ sempre la Signoria, la famiglia Pelagallo si dirama ed alcuni discendono a Fermo, altri si dirigono a Roma, ricoprendo in entrambi i luoghi cariche prestigiose, ma è da Monte Vidon Combatte che proviene l’acquirente della villa dei Bonaparte.
I Pelagallo utilizzano l’edificio del “Porto” solo per la villeggiatura, soggiornandovi soprattutto d’estate.
Essi non apportano nessuna modifica alla struttura dell’edificio e non hanno nemmeno la necessità di arredarlo completamente, poichè una parte del mobilio ( quello più voluminoso e intrasportabile) era stato lasciato sul posto dai Bonaparte.
Dopo la parentesi dei Bonaparte, l’alone di mondanità che aveva invaso il “Porto” e che aveva come scena privilegiata la villa svanisce. I Pelagallo amano un genere di vita più quieto e appartato rispetto a quello dei precedenti proprietari e, pur vantando tra gli avi illustri uomini di cultura, sono più legati alla concretezza delle azioni che non alle larghe e vaghe idealità. Unico evento che riporta l’edificio ai fasti passati sono i preparativi per la visita, poi mancata del re Vittorio Emanuele.
E’ il 1860 e il “ Re Liberatore”, diretto nel napoletano dovrebbe essere ricevuto in questa villa dalla Commissione Municipale di Fermo. Tutto è pronto: gli ospiti sono già arrivati, il buffet é già allestito, quando il sovrano declina l’invito; é infatti venuto a conoscenza che né il conte né la contessa l’avrebbero accolto, perciò decide di proseguire per Grottammare alla volta della villa dei conti Laureati.
L’edificio è in puro stile neoclassico. La facciata è riccamente decorata da bassorilievi di trofei d’armi e presenta un ampio portico di fronte al quale si apre un prato, quasi fosse un terrazzo, da cui ci si affaccia verso la parte antica del Rione Castello. A destra si trova una magnifica aranciera abbellita da bassorilievi di ispirazione classica, opera dell’architetto Giambattista Carducci, il quale si è occupato anche della progettazione del parterre. Alle spalle dei due edifici, tra un fitto bosco, si trova una fontana, con un’alta parete dal soffitto a conchiglia, di fronte alla quale si dispiega una balconata, ora ingombra di rovi, lungo la quale , in passato, si passeggiava. Sul fronte verso il mare il giardino all’italiana, con belle palme, è collegato ai saloni da una scalinata esterna e dall’ingresso principale si snoda un lungo viale ombreggiato di lecci.